Dec
24
A volte una foto…
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3 Comments » | Written by Hector

Despues de dejar Laos y atravesar medio Camboya en un viaje miserable de dos dias empaquetados en minivans y sufriendo el entumecimiento de nuestros culos a causa de los accidentes del camino, llegamos hasta Siem Reap, el centro neuralgico del turismo de Angkor. Tuvimos suerte y nuestras polvorientas mochilas fueron a parar directas a un hostal agradable, pacifico y tranquilo. La ciudad hace gala de la falta de reglas y control del pais: marihuana, heroina, prostitucion, todo se nos es ofrecido por individuos que conducen motocicleta y se paran a tu lado para recitarte su oferta. Hoteles de lujo, puestos de venta de comida barata, caos circulatorio.
A las cuatro y media nos levantabamos y tomabamos un tuk tuk direccion Angkor. Un frio que pelaba, los ojos leganyosos y la tripa revolviendose de hambre, llegamos hasta Angkor Wat, el templo insignia del complejo extenso de templos que forma Angkor. Para moverse de uno a otro hay que usar algun medio de transporte, sea bicicleta, tuk tuk, moto… Era oscuro todavia pero miles de cunyaos ya entraban y se repartian por la inmensa explanada, listos con sus camaras para disparar en cuanto el Sol asomara por el horizonte.
Unas horas mas tarde ya desayunabamos en un chiringuito justo enfrente de un templo minusculo. La ninya viene corriendo tal y como bajamos del tuk tuk, temblando de frio con una camisita azul con las mangas largas pero no lo suficiente. Me sonrie y en un ingles fluido me pide que le compre a ella la comida o la bebida. Me regala una pulsera y me lleva hasta alli. Mientras tanto las mujeres de los otros chiringuitos nos gritan y nos llaman para vendernos agua, cocos, pinyas, cerveza, camisetas…
Las construcciones son asombrosas, gigantescas. El Sol crea infinidad de claroscuros y remarca las formas de los grabados de la piedra cuando incide en ellas lateralmente. Las raices voluptuosas de inmensos arboles se introducen dentro de techos, naturaleza que ha escondido durante siglos estas ruinas de una civilizacion pasada. Excepto en los templos mas concurridos, donde la invasion de turistas japoneses destroza todo el encanto y impide quialquier goce y disfrute, se respira paz y espiritualidad. Los fotografos de verdad tienen en Angkor un paraiso para desarrollar sus habilidades y su creatividad. Dentro y fuera, sol y sombra, ventanas soleadas y estancias cerradas, moho que dibuja en verde sobre las piedras formas de gran plasticidad.
La otra cara de Angkor es, como no, la miseria de la gente que alli trabaja, como siempre en Asia. Hablando con las ninyas que se te acercan y te piden en un tono que se acerca a un lamento o un lloro que les compres sus pulseras, sus flautas o sus postales, preguntandoles si van a la escuela, uno se da cuenta de lo triste que es hacer trabajar a la infancia. Entablamos conversacion con un par de monjes, el que hablaba ingles de unos veinte anyos, el otro de catorce. Me explica el primero cuando le pregunto acerca de sus intenciones de futuro que lo mas importante para el es aprender bien el ingles, porque le puede abrir las puertas a un trabajo bien remunerado como guia turistico. Recuerdo que en Laos, charlando con otro monje de diecinueve, me conto las mismas expectativas. Se levanta a las tres de la manyana para rezar, a las cinco empieza su ruta por las calles para pedir comida a los fieles, a las nueve empieza sus estudios religiosos en la pagoda. Me dice que intenta ahorrar para poder estudiar ingles, pero que es muy dificil. Para el comprarse un libro de diez dolares es inalcanzable. Me pregunta cosas como cuanto gano en mi pais, si estoy casado, que pienso de los camboyanos. Al final me pide si podemos ser amigos, le escribo mi nombre en un pequenyo carton y nos despedimos.
La puesta de Sol fue un infierno de turistas subidos en la cuspide de una pequenya montanya disparando sus camaras indiscriminadamente en todas direcciones. Mas bien parecia que estabamos en un concierto, las escaleras que subian hasta el templo abarrotadas de gente subiendo y bajando. Atascos y viseras, mariconeras, gafas de sol, tipos horteras en chandal, calcetines negros y sandalias, pieles rosaceas de occidentales, pieles lechosas de japonesas con pretensiones de geisha. Los elefantes subian en caravana cargando con los cunyaos en sus lomos.
El segundo dia alquilamos unas bicicletas, y seguimos visitando Angkor. Al dia siguiente tomamos un bus y llegamos hasta Phnom Pehn, la anarquica capital del reino. Sex & drugs & Rock’n Roll… Pero esto lo contare en el siguiente post.
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Ancora frastornato dalla bellezza senza tempo di Angkor, dalla sua energia e atmosfera speciale, vi scrivo da Phnom Penh, incredibile citta’ di “frontiera” .
Si respira anarchia e voglia di emergere. Siamo ai confini dell’Impero occidentale. Sono gia’ arrivati gli asettici centri commerciali e gli inutili negozi di lusso, ma la folle quantita’ di leggi che ovatta il nostro stile di vita e’ ancora lontana. Fino a 8 anni fa qui si poteva comprare al mercato 1kg di ganja per 20$, 1 kalashnikov per 100$, una mina cinese per 15$. Oggi questi oggetti non si trovano piu’ al mercato bensi’ sulla strada, “over the counter”. Mi immaginavo citta’ di questo tipo solo in West Africa o Africa nera ma siamo in piena Indocina. Una citta’ di tranquillita’ e violenza, bordelli e templi, musica e spari, festival e colpi di stato. Ieri sera cena con un’happy pizza sul lungofiume, tra bambini che chiedevano l’elemosina e vecchi che giocavano mazzette di dollari a carte. I bar sono surreali, perquisizione personale all’ingresso per cercare armi e 50 ragazze lavorando come cameriere. Ho sempre visto bar con al massimo un paio di camerieri dietro al bancone… vi immaginate un bar con 50 ragazze girando per i tavoli? da piangere o da ridere, di certo e’ qualcosa di forte. Bangkok a confronto e’ come Citta’ del Vaticano. Tranquilli non era un bordello, siamo solo nel selvaggio west. Una nutrita comunita’ di expats europei o americani vivono a Phnom Penh, stregati dal caos e dalla passione per la vita che regna indisturbata in questa decadente e diabolica citta’.
Cosa dirvi la sera del 24 dicembre? Buon Natale a tutti, anche se mi trovo in un’atmosfera che mai avrei immaginato di vivere, specialmente per Natale…

Cartello in camera d’hotel
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Faccio parte di quella generazione cresciuta a pane e Amiga500. Ho “conosciuto” l’esistenza di Angkor per la prima volta a fine anni ‘80, giocando a questo gioco geniale.. Pang!
In un alba di quasi 20 anni dopo realizzo uno dei miei sogni… e’ bellissimo!

Presto le prime impressioni dopo 2 giorni tra i templi piu’ grandi e misteriosi che l’uomo abbia mai costruito.
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I giorni in Vientiane rimarranno indelebili nella mia memoria, giornate lentissime e cortissime, segnate da analisi in cliniche del terzo mondo, colazioni con espresso e croissant, incontri umani sconvolgenti e malessere psicofisico generale. E’ difficile curarsi in viaggio per tante ragioni. Riesco a dare una mano ad Hector che per un paio di giorni e’ messo molto peggio di me, fermo a letto.
Mi trascino via da Vientiane senza entusiasmo, solo per “dovere”. A Pakse, dopo l’ennesima notte insonne passata in bus, sto meglio nonostante la forte allergia che mi sta massacrando da una settimana. Visitiamo un tempio dell’epoca Khmer - preparandoci all’esagerazione del mitico Angkor Wat - e ceniamo autentico indiano negli unici ristoranti aperti dopo le 21. Le storie dei ristoratori indiani in Laos sono affascinanti…
Dopo aver cambiato itinerario mille volte in 2 giorni decidiamo tentare la sorte ed entrare in Cambogia attraverso l’ultima frontiera aperta con il Laos. Ci raccontano tutti della proverbiale corruzione della polizia frontaliera cambogiana, dei problemi coi visti e bla bla bla ma si sa che a volte sono solo racconti da bar yankee. Puntiamo a sud, per Si Phan Don, dove il possente Mekong si allarga per 14 km creando un paesaggio unico e suggestivo con migliaia di isole ed isolette.
Una delle poche isole abitate e’ Don Det. Prendiamo alloggio in un resort della nostra guida “Relais & Chateaux” per, udite udite, 1 USD . Capanna di legno con tavolaccia che fa da letto e 2 amache direttamente sul Mekong. E basta. Sull’isola non c’e'elettricita’, auto e tantomeno maledette TV. Per una volta lascio a casa l’orologio perche’ e’ il sole a dirmi giá tutto. Giriamo in bici per campi e sentieri, osserviamo la fauna locale (coi famosi maialini fulvi), noleggiamo una barchetta per tentare di scorgere i rari delfini di fiume. Sfuggo dalla polvere della capanna e dormo da solo in una amaca davanti al Mekong e sotto un miliardo di stelle. Sonno turbato da mille sogni e interrotto da una placida e maestosa alba sul fiume (una delle tante belle cose che non si possono comprare). 2 bei giorni per ricaricare le pile e prepararci a 240 intensissime ore nel Regno di Cambogia, tra strade impossibili, trasferimenti eterni e miseria indigena.
Il primo giorno in Cambogia si rivela subito duretto: sveglia alle 7, 4 cambi di bus, 2 cambi di barca, 4 dollari omaggio per la polizia di frontiera corrotta, 12h di viaggio scomodo su sentieri e piste di terra battuta o appena asfaltata (catrame e sassi). Non vediamo tutte quelle armi che ci avevano raccontato bensi’ polvere, bambini, polvere e ancora bambini. Miseria umana e vegetazione staripante. La tragica, sfortunata e immeritata storia di questo popolo che ho potuto solo leggere frettolosamente sui libri e’ qui davanti ai miei occhi.
Infine, una lunga serie di avvenimenti, paesaggi e attori. Il viaggio e’ fonte di ispirazione continua, anche nei rari momenti di noia e crisi, quando basta chiudere gli occhi per viaggiare ancora piu’ lontano con la mente.
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Es frustrantemente perfecto, aburrido, el suenyo de toda mujer casada por dinero, la pesadilla del rebelde, como los narcoticos y las sesiones de terapia y los horarios estrictos de television o patio para los pacientes de un sanatorio mental. Soy McMurphy y camino por el paseo que lleva de Bondi beach a Tamarama beach, me cruzo con la enfermera Ratched, alli Martini tumbado en la arena, jugando al Monopoly con Harding y Sefelt…Hector @ Sidney, Australia.